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Nella primavera del 1944, le bande partigiane prendono ad ingrandirsi ovunque, soprattutto per l’afflusso dei giovani renitenti al bando d’arruolamento della Rsi fascista. L’accresciuta dimensione dei gruppi di ribelli comporta la trasformazione delle prime bande spontanee in formazioni più strutturate, come quella che, nella zona del colle del Lys, prende il nome di 17a brigata Garibaldi, intitolata a Felice Cima, studente universitario, sottotenente dell’esercito e membro del Comando militare unificato della val di Susa, caduto il 27 novembre 1943.

 

La “Felice Cima” prende vita dalla fusione di gruppi partigiani in precedenza dislocati nelle aree a monte di Valdellatorre, Almese, Villardora e Condove, indirizzati al colle del Lys dalla vicinanza a Torino, dalla posizione strategica tra le valli di Susa, Lanzo, Ceronda e Casternone e dalla fitta presenza di borgate ed edifici utilizzati dai pastori per l’allevamento transumante (miande), che garantisce possibilità d’appoggio logistico. La brigata deve affrontare un rastrellamento -parte di un’offensiva voluta dal Comando tedesco per rispondere alla maggiore e più organizzata presenza di partigiani sulle montagne a nord-ovest di Torino- già nella prima settimana di maggio, quando una spedizione nazifascista, salita da Viù, raggiunge il colle del Lys e la borgata Favella di Rubiana, riuscendo a catturare una ventina di giovani.

Il 19 maggio, brigata2centomila lavoratori di Torino e provincia scioperano su indicazione del Cln per impedire il trasferimento in Germania degli impianti industriali, il comando delle formazioni garibaldine della val di Susa concepisce un’offensiva manovrata che coinvolga tutte le forze della Resistenza presenti tra le valli di Lanzo e del Chisone. In questo contesto, la notte del 25 giugno la “Felice Cima” punta sul castello di Rivoli, dove sono insediati i comandi della Scuola allievi ufficiali della Guardia nazionale repubblicana e dell’Artillerie–Regiment della Waffen–Grenadier–Brigade der SS, ma, potendo contare solo su armi leggere, deve ritirarsi quando alcune autoblindo tedesche giungono da Torino.

I nazisti rispondono all’offensiva pianificando un rastrellamento che, su scala locale, ha anche altri scopi: riprendere il controllo totale della val di Susa, la cui importanza nelle comunicazioni internazionali è cresciuta dopo che, ad inizio giugno, gli Alleati hanno effettuato un massiccio sbarco di truppe in Normandia; porre fine alle incursioni nella cintura occidentale di Torino; isolare le valli di Lanzo, appena proclamate ”zona libera” dai partigiani. Nella notte tra il 1° ed il 2 luglio, disposti a scacchiera e protetti da carri armati e sidecar muniti di mitragliatrici pesanti, circa mille tra tedeschi e fascisti salgono dal versante valsusino. All’alba, i partigiani scorgono i nemici, ma sanno di non potersi loro opporre validamente per mancanza d’armi e munizioni; tuttavia, aprono il fuoco, cercando di proteggere la fuga di parecchie decine di giovani, appena unitisi a loro e non ancora addestrati. Sei partigiani muoiono in combattimento, ma molte “reclute” riescono a porsi in salvo, disperdendosi e puntando verso i monti Rognoso e Civrari o verso Niquidetto e Col San Giovanni, dove sono accolte e nascoste dai pastori. Purtroppo, però, 26 ragazzi, direttisi verso Rubiana, sono catturati dai fascisti, torturati e trucidati. Solo due giorni dopo, a rastrellamento concluso, i partigiani possono ricomporre le loro salme e seppellirle in una fossa comune, presso la borgata Airetta di Viù.

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Il duro colpo non distrugge la 17a brigata Garibaldi. Gradualmente, i partigiani dispersi tornano nella zona del col del Lys, si riorganizzano e prendono a crescere di numero fino a diventare circa 450, divisi tra nove distaccamenti. Il ritorno alla piena operatività si mostra la notte del 18 agosto. 170 partigiani valsusini, la maggior parte dei quali appartiene alla “Felice Cima”, si spingono fino alla periferia di Torino per colpire lo stabilimento della Fiat Aeronautica, particolarmente attivo nella produzione bellica: sabotano gli aerei tedeschi presso il Campo volo di Collegno, distruggono documenti e progetti industriali e prelevano ingenti quantitativi d’armi e carburanti, oltre che diversi ostaggi militari. Altri colpi di mano, finalizzati all’approvvigionamento alimentare e non, sono condotti dalla “Felice Cima” tra l’estate e l’autunno. Dalla Manifattura tabacchi di Torino si asporta oltre una tonnellata di sigarette; dal magazzino del comando fascista di Rivoli si prelevano parecchi quintali di cereali; dalla tenuta della Mandria, a Venaria Reale, si porta via una cinquantina di capi di bestiame destinati al Comando tedesco; si sottraggono beni di sussistenza dalla fabbrica dolciaria Wamar e dai docks dei formaggi, a Torino. E’ importante notare come i partigiani condividano queste risorse con i montanari, per i quali la sopravvivenza quotidiana è assai penosa.

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In questo stesso periodo, si attuano varie iniziative per potenziare la “Felice Cima”: nella frazione Mompellato di Rubiana, è allestita un’infermeria; nella borgata Favella di Rubiana, è insediato un distaccamento femminile -caso unico nelle formazioni della zona-, intitolato ad Anita Garibaldi ed incaricato di effettuare servizi di comunicazioni e sartoria; sono prodotti giornali ciclostilati come “Sentinella garibaldina”, organo del Comando di Brigata, e “Saetta garibaldina”, “Le tre vedette”, “Il partigiano” e “I cavalieri della macchia”, pubblicati dai distaccamenti.

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In autunno, quando il comando delle formazioni garibaldine decide di accorpare le brigate per meglio coordinarle, la “Felice Cima” è unita nella III Divisione alle altre formazioni stanziate sul versante orografico sinistro della val di Susa: la 42a “Walter Fontan” (operante a monte di Bussoleno), la 114a “Marcello Albertazzi” (attiva sopra Borgone di Susa) e la 113a “Giovanni Rocci” (schierata sopra Condove e nata come la precedente a fine estate dallo scorporo dalla stessa “Felice Cima”). La speranza di una rapida cacciata dei nazifascisti dall’Italia è destinata a spegnersi nello stesso autunno del 1944. Gli sbarchi in Normandia e, a metà agosto, in Provenza mostrano come i piani strategici degli Alleati antepongano la liberazione della Francia –completata nel mese di settembre- a quella del nostro Paese. Dal canto loro, perdute Roma (il 4 giugno) e Firenze (tra il 3 ed il 13 di agosto), i tedeschi riformano una linea difensiva sull’appennino tosco-emiliano (Linea gotica), lanciano offensive che causano la caduta delle “zone libere” partigiane -inclusa quella delle valli di Lanzo- e moltiplicano le rappresaglie contro la popolazione civile. Il 13 novembre, il comandante delle forze alleate in Italia emana un proclama via radio, nel quale invita le formazioni della Resistenza a sospendere le azioni militari su larga scala fino alla primavera successiva. Per i partigiani, l’inverno si prospetta difficilissimo: ai problemi logistici, si somma l’esigenza di proteggere gli impianti e le infrastrutture industriali dai sabotaggi nazifascisti, oltre che la necessità di fronteggiare i rastrellamenti, che, in val di Susa, servono a mantenere aperta una via di transito fondamentale per la possibile ritirata tedesca dal confine alpino. All’inizio di gennaio del 1945, la “Felice Cima”, avvertita dal servizio d’informazione militare che si sta preparando un rastrellamento nella zona del col del Lys, sposta circa 400 suoi uomini, divisi per distaccamenti, tra Torino, Collegno, Pianezza, Alpignano, Druento, San Gillio e Varisella; grazie a questo provvedimento, riesce a limitare le perdite umane (un partigiano ucciso ed undici arrestati), ma non quelle di armamenti e, soprattutto, viveri ed attrezzature. Il 21 dello stesso mese, un secondo attacco nazifascista costa la fucilazione a tre partigiani. A marzo, in accordo con gli Alleati, il Cln forma il Corpo volontari della libertà, organismo militare che opera una generale ristrutturazione delle formazioni: la III Divisione Garibaldi assume così il nome di 42a Divisione unificata. Ma, proprio quando sembra prossima l’offensiva finale, il 29 dello stesso mese un rastrellamento colpisce la “Felice Cima”, causando l’uccisione del comandante, del vicecomandante e di quattro partigiani.

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Il 9 aprile, gli Alleati scagliano l’attacco decisivo contro la Linea gotica, mentre, qualche giorno dopo, il loro comandante comunica via radio ai partigiani che è iniziata l’ultima battaglia. La sera del 25, quando le armate tedesche hanno già iniziato a ritirarsi, perviene ai comandi partigiani l’ordine di applicare il piano insurrezionale E 27. Nelle fabbriche torinesi, come in quelle di tutto il Nord, è proclamato lo sciopero generale; dalla collina e dalle valli, le formazioni convergono sulla pianura. La “Felice Cima” è dislocata nella zona nord-occidentale di Torino, in parte nei paesi della cintura e in parte nell’abitato cittadino, a salvaguardia delle principali fabbriche e dei nodi infrastrutturali. Poi, il 1° maggio finalmente si festeggiano la Liberazione e la conclusione della guerra.

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